Leo. Tra impegno sociale e stile

1 Gennaio 2018

di CLARA AMODEO


Che si tratti di lettering, di figurativo, di stencil, di poster, di writing o di street art, a Milano c’è un luogo in cui tutto questo si è stratificato nel tempo, raccontando, come se fossero cerchi concentrici di un albero, la storia di un intero movimento locale e internazionale. Questo luogo è il Leoncavallo, croce e delizia delle amministrazioni, spazio pubblico autogestito che da sempre promuove cultura, aggregazione, politica e anche arte. Arte che, sui muri dello stabile, accoglie i visitatori almeno dalla metà degli anni Ottanta, quando, nella capitale meneghina, la vecchia guardia della cultura punk è stata affiancata (e, a ben ragione, si è sentita minacciata) da un nuovo movimento a stelle e strisce: quello dell’hip hop, che tra le sue pratiche prevede anche quella del graffitismo con le bombolette. A quell’epoca il Leoncavallo era ancora nell’omonima via: qui, a poca distanza dall’Istituto di istruzione superiore Caterina da Siena (non a caso una scuola di grafica), i frequentatori più attenti del “Leo” capirono le potenzialità legate al writing e iniziarono ad approcciarvisi. Come? Facendo di bombolette e mascherine due media con cui esprimere messaggi fortemente politicizzati a un pubblico sempre più vasto. Un’intenzione ben diversa da quella dei writer dell’hip hop americano: questi, infatti, miravano a un livello estetico meno politicizzato e assai più attento allo stile. Ma, allo stesso tempo, anche questa corrente trovava nel Leoncavallo uno spazio (proprio perché occupato e autogestito) in cui sperimentare, lavorare ed esprimersi in modo libero e privo di vincoli. Chi l’ha avuta “vinta”? Be’, la storia ci insegna che la corrente writing dell’hip hop di stampo americano ha prevalso, anche nei graffiti del Leoncavallo. Tuttavia, nonostante le divergenze, una cosa è rimasta: la peculiarità, propria di quel centro sociale, di configurarsi come un luogo aperto a tutti e regolato dalle semplici leggi del quieto vivere. Un trend che è rimasto invariato anche quando, nel 1994, a seguito di due sfratti, il Leoncavallo ha dovuto traslocare nell’attuale sede: quella di via Watteau. Un’epoca strana, quella della metà degli anni Novanta, caratterizzata da una vera e propria esplosione del writing in ogni cantuccio della città. In quel momento i graffiti, le tag, i throw up escono dalle mura del Leoncavallo e invadono pressoché tutto, dalle case alle viscere della metropolitana, dai treni alle ferrovie. Da tempo, poi, erano nate le hall of fame, vere e proprie officine delle più importanti crew milanesi disseminate per le vie della città. A riaccendere i riflettori sui graffiti del “Leo” è tuttavia un anno ben preciso: il 2006, quando l’allora assessore alla Cultura, Vittorio Sgarbi, definisce il centro sociale di via Watteau “un tempio della pittura come la Cappella Sistina”, annunciando addirittura di chiedere il vincolo della Sovrintendenza alle Belle Arti per i suoi graffiti. Una boutade, certo, che tuttavia giova alla visibilità del Leoncavallo e che non può non essere annoverata tra i sintomi di un cambiamento. Secondo molti, infatti, nel 2005 la street art fa il suo ingresso nel panorama artistico milanese legato alla strada. Un genere che deve molto al writing e che, in qualità di parente di secondo grado, invade le pareti del Leoncavallo secondo le stesse regole del passato. E oggi? Quello che non si è perso è lo spirito libertario e aperto a vari generi che da sempre ha contraddistinto questo luogo. A essere cambiati, a mo’ di turn over, sono piuttosto gli artisti e il loro bagaglio culturale: influenze, stili, ma anche prodotti e supporti nuovi che agli occhi di tutti sono specchio dell’incedere del tempo. Immaginate cosa sarebbe tagliare, come se fosse una fetta di torta, un muro del Leoncavallo: sbucherebbero, strato su strato, pezzi di Sharp, Mambo, Atomo, Blu, Bros, Pao, Bo130, Microbo, di LHP, CKC, 16K, TKA, BN e di tutti quei nomi che hanno contribuito a scrivere la storia del movimento.